PESSOA MONDO LISBOA

Pessoa dedicò un suo testo unicamente alla sua città, intitolato appunto Lisbona. Quello che il turista deve vedere. Composto nel 1925, in inglese, esso avrebbe dovuto far parte di un progetto molto più ampio che il poeta portoghese intendeva dedicare alla sua intera patria, e che si sarebbe dovuto intitolare All about Portugal, rivendicando in tal modo una dignità e una rilevanza storica della sua terra, di fronte ad un mondo, e in particolare di fronte ad un’Europa, che pareva averla dimenticata.

Riemersa dai suoi appunti, la guida è tuttora sostanzialmente utilizzabile, se non altro come elemento di comparazione con la città odierna, accompagnati da un cicerone d’eccezione. La spinta emotiva è chiara; Pessoa, cresciuto a Durban, in Africa, si rese presto conto di quanto la sua terra originaria fosse sconosciuta agli stranieri, confusa spesso con la Spagna, e relegata oramai nel fondo della geografia. Una terra, un tempo, dominatrice dei mari e dei commerci, con estensioni del suo stesso potere su tre continenti ed altrettanti oceani, ora ombra di se stessa e del suo glorioso passato. Per poter diffondere l’opera e, di riflesso, la conoscenza della sua città natale, Pessoa scelse appunto la lingua inglese, da lui ben padroneggiata e considerata idioma universale, comprensibile al più vasto pubblico possibile.

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Invogliando ogni eventuale turista del tempo, Pessoa così esordiva nella sua guida: “Si estende su sette colli – altrettanti punti di osservazione dai quali si possono godere i panorami più splendidi – il vasto, irregolare e multicolore insieme di edifici che forma Lisbona”.

Ma non è il solo Pessoa ortonimo a cantare le magie di Lisbona; Bernardo Soares, nel suo Libro dell’inquietudine, pone la città spesse volte al centro delle sue riflessioni, sia decantandone le bellezze e le impressioni serene, sia additandogli le colpe della sua tragica situazione esistenziale. L’autore pare innalzare Lisbona, e in particolare Rua dos Douradores, laddove, al quarto piano di un palazzo, consumava le sue giornate lavorative, a simbolo delle questioni che più lo affliggevano e più lo tormentavano. Così scriveva: “Si, questa Rua dos Douradores abbraccia per me l’intero senso delle cose, la soluzione di tutti gli enigmi, posto che esistano enigmi; fatto, questo, che non può avere soluzione”. Bernardo Soares si appoggia dunque alla monotonia del suo ufficio e della sua abitazione, in quella ripetitività della Baixa che va ad assumere un lato quasi consolatorio, a tratti di evasione e di rabbia, a tratti di malcelata esasperazione, come quando la sua mente prende a vagare nel desiderio di fuga: “ Il mio desiderio è fuggire. Fuggire da ciò che conosco, fuggire da ciò che è mio, fuggire da ciò che amo. Desidero partire: non verso le Indie impossibili o verso le grandi isole a Sud di tutto, ma verso un luogo qualsiasi, villaggio o eremo, che possegga la virtù di non essere questo luogo. Non voglio più vedere questi volti, queste abitudini e questi giorni. Voglio riposarmi, da estraneo, dalla mia organica simulazione. Voglio sentire il sonno che arriva come vita e non come riposo. Una capanna in riva al mare, perfino una grotta sul fianco rugoso di una montagna, mi può dare questo. Purtroppo soltanto la mia volontà non me lo può dare”. Il semieteronimo Soares si sente rinchiuso quindi nella monotonia logorante del suo solito ufficio, del suo lavoro, della sua vita sostanzialmente inconcludente, circoscritto nel reticolo preciso delle vie della Baixa pombalina; “Sono sicuro che se tenessi il mondo in pugno, lo scambierei con un biglietto per Rua dos Douradores”.

Soares desidera fuggire, ma la sua stessa condizione psicologica gli impedisce il movimento, lo slancio vitale, relegandolo ad una sorta di consunzione continua e crudele, afflitto dalla noia del vivere, dall’inquietudine, dalla mancanza della quiete, dalla mancanza di sossego, in un turbinio che associa la sua esistenza a tracce di ansia, turbamento, in una sorta di incompetenza nei confronti della vita comune, del quotidiano.

Soares non è però l’unica creazione di Pessoa che guarda a Lisbona, e quindi anche ai suoi colori; Alvaro de Campos, ingegnere navale a Glasgow, senza esercitare la professione fa ritorno nella capitale lusitana, facendola rientrare anch’esso nei suoi scritti. Passeggero del mondo, Campos viaggiò molto in vita, spingendosi sino all’Oriente attraverso il Canale di Suez e alle coste africane, dedicando però al suo ritorno in patria due componimenti, nel 1923 e nel 1926, alla città amata. Lisbon Revisited, accoglie i sentimenti di Alvaro de Campos come in un abbraccio del ritrovo, come in un attimo eterno, del viaggiatore indefesso che compie il suo ritorno a casa. Nel testo leggiamo: “O cèu azul – o mesmo da minha infancia -, / Eterna verdade vazia e perfeita! / O macio Tejo ancestral e mudo, / Pequena verdade onde o cèu se reflecte! / O màgoa revisitada, Lisboa de outrora de hoje! //.

La Lisbona di Alvaro de Campos è un ritrovo, una riscoperta che alimenta la nostalgia dell’ingegnere, in un vortice di ricordi e tempi passati, così forti da essere riflessi nelle acque del fiume, così come il cielo generoso sopra la città. Dal tempo vissuto a quello vivente, dalle terre straniere a quella natia, la distanza di Campos da Lisbona si scioglie in un sentimento pari a quello della saudade, per ragioni storiche e linguistiche termine complesso e polisemico, lontanamente e imprecisamente traducibile in italiano come nostalgia, in una sorta di affinità elettiva del poeta con la sua città.

Lisbona, patria per Campos di un altro tempo, coincidente con quello dell’infanzia, riporta ora i suoi elementi, il fiume, il cielo, negli stessi luoghi, ma traslati in una epoca differente, una epoca di scarto, lontana dagli anni infantili; la città non gli può più appartenere, egli quasi ne è estraneo, nel consumare questo fitto dialogo con le ombre del suo passato. La partenza prende a significare in Campos una rinuncia, una nostalgia struggente, giungendo a scrivere, nella sua Ode Maritima, che: “Ah, todo o cais è uma saudade de pedra!”.

Un altro eteronimo pessoano, Ricardo Reis, auto esiliatosi in Brasile, deve compiere invece un grande sforzo per bilanciare l’assenza della felicità, la sua latitanza all’impegno e alla partecipazione alla vita pubblica, mondana e intellettuale di Lisbona. La capitale lusitana viene a mancare nei suoi testi, lasciando un vuoto colmato dalla sua stessa assenza. La distanza sarà annullata poi, nella mente narrativa di un altro autore, con il suo ritorno in patria; ritorno che sa di confronto con una civiltà, quella occidentale, di una capitale, non più sua, in un incontro fra Ricardo Reis e il suo creatore Pessoa, già morto, immerso in un ambiente, quello europeo, infestato dai fascismi e dagli orrori delle dittature, in quel 1936 che fece da cornice alla guerra civile spagnola. Ricardo Reis dunque farà ritorno a casa, dopo circa sedici anni, per vegliare la mente che lo ha creato, per potersi ricongiungere con la memoria e con il suo passato, in una Lisbona che diverrà presto culla anche della sua morte, o meglio, della sua scomparsa; Josè Saramago quindi, nel 1984, regala all’esule medico e poeta la possibilità di fare ritorno a casa, nelle trame del suo romanzo intitolato L’anno della morte di Ricardo Reis. Nell’universo di Pessoa i pianeti gravitano attorno a Lisbona.

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