L’inestimabile bellezza di un Tabucchi ritrovato. Recensione a “Isabella e l’ombra”

recensione isabella e l'ombra tabucchi

Una bambina pensa per colori. Una vecchia e buona maestra predice con esattezza il futuro, quasi determinandolo, come capita con le profezie. Non manca neppure la seggiola di Van Gogh, a fare da bacchetta magica, tappeto volante di una favola che ha il tocco lieve di una pennellata. Dieci minuti. Non si impiegano più di dieci minuti a leggere Isabella e l’ombra. Sono cinque paginette, che Antonio Tabucchi scrisse all’amica Isabella Staino, la quale, a sua volta, le trascrisse, mentre l’autore le dettava al telefono da Parigi. Apparvero una sola volta, in prefazione al catalogo di una mostra, ma non ebbero circolazione. Ora, Vittoria Iguazu Editora le ripropone in una plaquette corredata da altrettante tavole. È la stessa protagonista, Isabella, a illustrare la favola della sua vocazione con la leggerezza di un sogno. Una brevissima nota dell’editore, Riccardo Greco, suggella il gioiellino e lo incastona nelle riflessioni del maestro attorno all’arte, da un articolo scritto per il Corriere sul Rinascimento fiorentino, osservato da ragazzo, alle pagine di Requiem, delle raccolte I volatili del Beato Angelico e Il gioco del rovescio, di Piazza d’Italia. Se ne deriva la convinzione che l’arte, e l’educazione al bello e in definitiva la bellezza, avvicini i popoli e gli individui, che in essa si riconoscono fratelli. Così come le storie, o controcanti, capaci di raccontare la gente che non ha posto nella storia dei manuali, quella ufficiale, trasmettono un inestimabile messaggio di solidarietà. E poi c’è l’ombra. Un’ombra esausta, stanca di peregrinare alla ricerca di chi la raccolga, di chi sappia leggere nel suo colore, o dolore, qualcosa che parli del paesaggio che è fuori e dentro chi la osserva. Fare coincidere i due panorami in una sola descrizione è l’alchimia che ogni artista va cercando, dal momento che scopre la magia della tavolozza. È la stessa di ogni scrittore, ma anche di chiunque si approcci con sensibilità alla vita; chiunque sia in grado di scorgere, anche brevemente, la bellezza; chiunque dedichi del tempo a contemplarla. Avere questo libriccino tra le mani e sfogliarlo rende incredibilmente semplice scoprire di essere tra quei fortunati, almeno per il tempo che ci accompagna, una volta chiuso e riposto sullo scaffale. E poi c’è quell’ombra. Difficile non suggerisca, a chi ami l’opera di Antonio Tabucchi, una consonanza con i fantasmi dei personaggi che nel corso della vita gli hanno fatto visita, e che attraverso la sua penna hanno preso forma per essere consegnati alla memoria collettiva. Sono il giornalista che ha avuto l’ardire di sfidare il potere costituito, la sua violenza, per ottenere soltanto di morire con gli onori di pochi, per molti sconfitto e dimenticato, finché un nome preso in prestito da un poeta inglese non lo ha riportato a sostenere la sua verità. È la verità di Loton, esposta con tanta mirabile eloquenza, eppure impotente nei confronti di una giustizia che risponde a regole e norme decisamente più meschine. È la paura, forse. È, probabilmente, l’incrinatura lungo il percorso di una bimba, poi di una donna di talento, con tante, troppe risposte. Alla lunga, l’esattezza delle convinzioni, anche le più autentiche e profonde, diventa insostenibile. Ed è l’imprevisto – ciò che ci mostrano queste poche, deliziose pagine – l’imprevisto che sorprende a ogni età, che scompagina le carte di una partita, i sentimenti che hanno i colori, a rendere la bellezza inestimabile.

Carlo Colombo

Antonio Tabucchi, Isabella e l’ombra, con illustrazioni di Isabella Staino, Vittoria Iguazu Editora, Siena, 2013, pp. 15, euro 10,00.

Collegamenti esterni: altre opere su www.isabellastaino.com; prefazione dell’editore su www.vittoriaiguazueditora.com/?page_id=389

 

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