Esperienze marginali: appunti per un’analisi di Luuanda

Luanda1

Il mondo coloniale è un mondo scisso. La logica che lo sorregge è, di fatto, binaria, basata su coppie in contrasto tra loro: l’egemone e il subalterno, il civilizzato e il selvaggio, il bianco e il nero. In un’ottica di stampo prettamente manichea in cui tutto ciò che viene identificato come altro rispetto ad un noi europeo ed occidentale – appartiene alla sfera del negativo, del male. Tali divisioni si fanno tangibili anche da un punto di vista geografico: da un lato il centro, la madrepatria, la metropoli,  dove si organizza e si gestisce la macchina coloniale, dall’altro la periferia. La periferia dell’impero, costituita dai territori d’oltremare, ma anche la periferia delle città coloniali – spazio caotico in cui una eterogenea massa di emarginati condivide la stessa esperienza di violenza, precarietà e apartheid sociale. Lo spazio coloniale è per sua natura uno spazio di frontiera. Frontiera in cui sono obbligati a convivere, in maniera sicuramente non pacifica, due mondi essenzialmente opposti e in contrasto.Il principale e a volte unico fattore discriminante, prim’ancora che economico, è quello razziale. Citando il filosofo martinicano Frantz Fanòn:

In colonia, l’infrastruttura economica è pure una sovrastruttura. La causa è conseguenza: si è ricchi perché si è bianchi, si è bianchi perché si è ricchi. Non sono né le officine, né le proprietà terriere, né il conto in banca a caratterizzare in primo luogo la «classe dirigente».

La specie dirigente è innanzi tutto quella che viene da fuori, quella che non assomiglia agli autoctoni, «gli altri».

[…]

In questo contesto fatto di marginalità – nello specifico quello dell’Angola coloniale e della città di Luanda – si inscrive l’esperienza di uno dei maggiori scrittori di lingua portoghese: José Luandino Vieira, pseudonimo letterario di José Vieira Mateus da Graça, nato in Portogallo nel 1935 ma che, trasferitosi in Angola all’età di appena un anno, andò prima a vivere e poi a raccontare la Luanda degli emarginati, diventando uno dei padri dell’emergente letteratura angolana.Da un punto di vista intellettuale, Luandino Vieira appartiene alla generazione che ruota intorno alla rivista “Cultura”, nata nel 1957 dalle ceneri della rivista “Mensagem” che, al grido Vamos descobrir Angola – motto mutuato dai modernisti brasiliani – pretendeva indagare e quindi affermare le origini culturali angolane.Tale necessità risiede nella dinamica stessa dell’occupazione coloniale. Come afferma Frantz Fannon in I dannati della terra, il colonizzato viene considerato privo di valori, etica e cultura:

Il colono fa del colonizzato una specie di quintessenza del male. L’indigeno viene dichiarato impermeabile a etica, a assenza di valori, ma anche a negazioni di valori. Egli è, osiamo confessarlo, il nemico dei valori. In questo senso è il male assoluto. Elemento corrosivo (…). I valori, difatti, sono irreversibilmente avvelenati e inquinati appena li si mette in contatto col popolo colonizzato. Le usanze del colonizzato, le sue tradizioni, i suoi miti, soprattutto i suoi miti, sono il segno stesso di tale indigenza, di tale depravazione costituzionale.

Da qui il bisogno di (ri)affermare le proprie origini e le proprie radici a muovere gli intellettuali legati alla rivista Cultura. Così come l’obbligo storico e direi anche morale di collegare l’attività artistica alle problematiche sociali ed economiche del proprio paese.

luanda2Nell’editoriale del primo numero, pubblicato nel novembre 1957, si legge:

Múltiplos e complexos são os problemas culturais em Angola. Tendo como base questões económicas e sociais, se ligam aos mais variados problemas da vida e dela são resultantes. Pode dizer-se que, enquando estes problemas não foram resolvidos, toda a ação cultural há-de pecar por defeitos. Serão apenas, quandomuito, privilégio de uns tantos, e isso è negar desde logo o caráter fundamental e primordial de uma autêntica cultura: obra de tudo um povo.

E, sempre dall’editoriale, la rivista “Cultura” si rivolge a “todos aqueles que, vivendo em Angola, tem certamente uma palavra a dizer sobre a realidade angolana tomada nos seus mais variados aspectos.”

Luandino Vieira – redattore della rivista cultura – come scrittore militante, tende dunque ad unire l’attività artistica alla rappresentazione del complesso mosaico, etnico e raziale, che compone la società angolana. Descrivendo, sottolineando e trasportando sul piano del letterario le realtà considerate dal potere coloniale come subalterne dunque quelle realtà la cui voce non partecipa alla costruzione del senso comune.In Luandino, tali soggetti occupano e abitano uno spazio fisico ben definito e caratterizzato: i musseques della città di luanda, ovvero i suburbi, i ghetti, i luoghi concreti dell’emarginazione.

[…]

All’interno del vasto – nonostante i tanti anni di silenzio che seguirono l’indipendenza del paese – corpus letterario di Luandino, l’opera che meglio manifesta tali dinamiche è senza dubbio Luuanda, testo a cui si deve gran parte dell’immediata fama dell’autore. Di fatto, al momento della sua pubblicazione, l’opera scaturì un’accesissima polemica, politica prim’ancora che artistica.Questo perché fu scritta interamente nel campo di concentramento di Tarrafal, nell’isola di Santiago (Capo Verde) dove l’autore fu rinchiuso, per motivi politici, con l’accusa di terrorismo e attività anti-coloniali. Luandino Vieira fu infatti arrestato nel 1961 e liberato solo nel 1972.

Luuanda, uscì dunque clandestinamente da Tarrafal nel 1963 e fu pubblicata in Portogallo nel 1964. L’anno seguente, l’opera vinse il Grande Prémio da Novelistica da Sociedade Portuguesa dos Autores – all’epoca il più grande riconoscimento per uno scrittore di lingua portoghese. L’attribuzione del premio ad un autore africano, incarcerato con l’accusa di terrorismo non passò inosservata alla macchina repressiva e censoria del regime che, attraverso la PIDE (polizia politica), nello stesso anno intraprese una forte campagna diffamatoria nei confronti di Luandino, chiuse definitivamente la Sociedade Portuguesa dos Autores e obbligò la giuria del premio – composta del fiore all’occhiello dell’intellettualità portoghese (tanto per citare qualche nome: Jacinto do Prado Coelho, Gaspar Simões e Manuel da Fonseca) – a deporre in tribunale. Le motivazioni della forte ostilità erano dovute, in oltre, ad alcuni elementi testuali, come la materia trattata e le particolarità linguistiche del portoghese in Luuanda.

[…]

Oggetto principale delle tre Estórias – termine con il quale Luandino definisce le sue creazioni – che compongono l’opera è la città di Luanda. La città con le sue estensioni, ovvero le esperienze di coloro che la abitano e che, nella maniera in cui la abitano, denunciano l’iniquità dell’intero sistema. Siamo, di fatto, dinanzi ad una contesto in cui l’alienazione del colonizzato e i presupposti razzisti che muovono le relazioni sociali, segnano profondamente l’agire e l’identità degli individui – e di conseguenza dei personaggi. È tale, ad esempio, la condizione in cui vive Zeca Santos, protagonista del primo racconto. Il giovane, sempre in preda alla fame, oscilla tra l’imitazione entusiasta di modelli europei – simbolicamente rappresentati dalla camicia nuova – e il perenne disagio e senso di colpa dovuto al semplice fatto di essere africano, negro, e in quanto tale, povero. A titolo esemplificativo passo a citare un breve passaggio tratto dal racconto Vavò Xixi e suo nipote Zeca Santos, tradotto in italiano da Rita Desti per Feltrinelli:

Il tempo fuggiva via verso la notte; il sole, rabbioso, bruciava; il cielo era di un azzurro intenso, neppure una nuvola in vista, e nella Baixa, senza alberi, i raggi del sole ti attaccavano dritti. La pancia di Zeca Santos non protestava più ma c’era un gran caldo in tutto il suo corpo e un formicolio ai piedi che lo obbligava a camminare in fretta in mezzo alla gente, la sua camicia gialla procedeva rapida, schivava gli urti, diretta coraggiosamente verso l’annuncio di lavoro, preparandosi già le parole nella testa, le sue ragioni, avrebbe detto della nonna vecchia, qualunque lavoro gli volessero dare, non c’erano problemi, lo accettava…

Ma all’ingresso si fermò e il timore antico gli riempì il cuore. La grande porta di vetro lo guardava, lasciava vedere tutto, dentro, che brillava minaccioso. Al tavolo accanto alla porta un ragazzo, forse più grandicello di lui, divisa cachi ben stirata, lo osservava. Per un attimo Zeca Santos si specchiò nel vetro della porta e vide la camicia gialla a fiori, suo orgoglio e vanto tra le ragazze, stazzonata per la pioggia; i pantaloni blu, vecchi, stralavati, tutti bianchi alle ginocchia; e avvertì il freddo della pietra nera dell’ingresso nei buchi delle scarpe sfondate. Tutto il coraggio si era dileguato in quel momento (…). Per paura di sporcare, spinse la porta di vetro ed entrò, dirigendosi al bancone. Ma non ebbe il tempo di andare molto avanti.

[…]

Anche la stessa rappresentazione della città di Luanda è volta a riproporre e a denunciare il clima claustrofobico e di perenne apartheid tipico delle realtà coloniali.

Come afferma Fannon, sempre in I dannati della terra:

Il mondo colonizzato è un mondo scisso in due. Lo spartiacque, il confine, è indicato dalle caserme e dai commissariati di polizia. In colonia l’interlocutore valido e istituzionale del colonizzato, il portavoce del colono e del regime di oppressione è il gendarme o il soldato. (…)il gendarme e il soldato, con la loro presenza immediata, i loro interventi diretti e frequenti, mantengono il contatto con il colonizzato e gli consigliano, a colpi di sfollagente o di napalm, di non muoversi.

Di fatto, il gendarme e il poliziotto sono figure frequentissime in tutte e tre le estórias che compongono Luuanda. Se la narrativa centrale, dal titolo, Estoria do ladrao e do papagaio/ Storia del ladro e del pappagallo, si svolge interamente tra il carcere e il commissariato, l’intera opera si apre con una descrizione in cui la presenza dall’apparato repressivo, oltre che costante, è altamente simbolica: “da più di due mesi non pioveva. Dappertutto nel musseque l’erba bambina di novembre si era vestita di una pelle di polvere rossa trasportata dal vento delle camionette di pattuglia che si scaraventavano fra strade e vicoli, fra le catapecchie venute su alla rinfusa”.

L’immagine della camionetta della polizia che soffoca nella polvere i piccoli fili d’erba che nascono ai lati delle strade del musseque, rimanda infatti alla fragilità di coloro che vivono ai margini della società e che il potere coloniale continuamente calpesta.

[…]

Altro elemento che merita attenzione e sul quale la critica si è ampiamente soffermata è quello linguistico. Citando lo studioso portoghese Pires Laranjeira, “ancor prima di conoscere l’opera di João Guimarães Rosa, Luandino Vieira si impegnava già nella creazione di una lingua dentro la lingua, atta ad esprimere la sensibilità e la vita di un popolo non europeo”.

Di fatti, la lingua in Luuanda è una mescolanza di portoghese standard, di lingue Bantu (principalmente Kimbundu e Umbundo) e del dialetto parlato a Luanda. Allo scopo non tanto di riprodurre, in maniera mimetica, la lingua delle classi popolari, quanto di includere all’interno del letterario tratti dell’oralità caratteristica delle culture africane – a tal proposito, Inocência Mata ha parlato di “oraturização do português”. Quello che avviene in Luuanda è una desterritorializzazione del portoghese che da lingua europea diventa una lingua adatta a rappresentare il contesto africano, una lingua che si riterritorializza attraverso il senso, in un movimento che conserva una forte carica rivoluzionaria.

Gilles Deleuze e Felix Guattari in Kafka, per una letteratura minore, riferendosi alla lingua in Kafka – dunque sulla lingua tedesca parlata dalla minoranza ebrea di Praga – scrivono:

il primo carattere di tale letteratura è che in essa la lingua subisce un forte coefficiente di desterritorializzazione. (…) Il campo politico ha contaminato ogni enunciato. Ma soprattutto (…) dal momento che la coscienza collettiva o nazionale è “spesso inattiva nella vita esterna e sempre in via di disgregazione”, la letteratura viene ad esprimere positivamente su di sé questo ruolo e questa funzione di enunciazione collettiva, e addirittura rivoluzionaria.(…) La macchina letteraria prende il posto di una macchina rivoluzionaria a venire non certo per ragioni ideologiche ma perché è la sola ad essere determinata a soddisfare le condizioni di un’enunciazione collettiva(…): la letteratura è affare del popolo.

Per concludere, attraverso Luuanda, José Luandino Vieira consegna alla memoria e dunque alla Storia le differenti storie di coloro che non hanno voce in quanto subalterni e marginali, cosciente del fatto che, citando Benjamin “il cronista che racconta gli avvenimenti, senza distinguere tra grandi e piccoli, tiene conto della verità che per la storia nulla di ciò che è avvenuto deve essere mai dato per perso”.

Il valore della testimonianza nonché l’interpretazione di Luuanda come un’opera-testimone è, d’altro canto, avallata dallo stesso autore, che conclude così le sue estórias:

La mia storia. Se è bella, se è brutta, chi la saprà leggere me lo dirà. Ma giuro che me l’hanno raccontata così e non ammetto che nessuno dubiti di Dosreis, che ha moglie e due figli e ruba oche, un lavoro onesto non glielo permettono; di Garrido Kam’tuta, storpio e paralitico, preso in giro perfino da un pappagallo; di Inácia Domingas, una sfacciatella che pensa che il servo di un bianco è bianco – m’bika mundele, mundele uê -; di Zuzé, l’ausiliario, che di essere buono mica glielo hanno ordinato; di João l’Espresso, fumatore di marijuana per dimenticare quello che non può non ricordare; di Jacó, un povero pappagallo di musseque, che solo sciocchezze gli insegnano e non ha neppure un trespolo…

E questa e la verità, anche se i fatti, questi fatti, non sono mai successi.

E ancora: “la mia storia, se è bella, se è brutta, siete voi che lo sapete. Io giuro che non ho mentito e questi fatti sono successi davvero in questa nostra terra di Luanda.”

Luanda 1963 – Lisbona 1972

 Il testo proposto è frutto di vari appunti e della riproposizione di alcuni spunti tratti dell’intervento dal titolo “Esperienze Marginali: la Luuanda di Luandino Vieira”, tenuto da Luca Fazzini a Perugia durante il convegno “«Già troppe volte esuli» Letteratura di Frontiera e di Esilio”.

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