Tre mesi in Portogallo, lettere di libertà

di Sarah Panatta

 

Faccia a faccia, anzi penna a penna, con un giovane autore, giornalista, ricercatore, che ha trovato sul suo cammino di tenacia un alter ego interessante, eterodosso e dimenticato. Una chiacchierata con Carlo Colombo, autore della riedizione critica delle lettere di Giuseppe Pecchio in Tre mesi in Portogallo nel 1822 (Vittoria Iguazu, 2013).

Un trentenne (classe 1982) che sfida i pregiudizi e i silenzi della Storia maiuscola e manipolata, ridando i natali alla figura di un ribelle che ha lottato tra moti carbonari ed esili forzati, per una forma di libertà che oggi, in un’era confusa tra digitale, pubblicità e carta pesta identitaria, dovremmo riscoprire.

tre mesi in portogallo
Un cervello in fuga, un ribelle senza patria, un combattente di penna…Chi è Giuseppe Pecchio?

Il conte Pecchio è stato un protagonista dimenticato del Risorgimento. Fu lui a tirare le fila delle cospirazioni carbonare a Milano, cantate dal Manzoni, suo coetaneo e compagno di classe, nell’ode “Marzo 1821”. La sua memoria è stata però insabbiata ad arte, dai suoi nemici politici e dal mito nazionale che vedeva questi ultimi, Confalonieri, Borsieri, Pellico, martiri delle prigioni austriache. Pare che la colpa di Pecchio fosse stata la sorte di sottrarsi alla reazione dello straniero e di vivere il resto della vita in esilio, tra avventure degne di un romanzo, sventure e un fortunato matrimonio che gli permise di vivere agiatamente gli ultimi anni. Anche di questo è stato rimproverato in Italia, ovviamente. Invece all’estero Count Pecchio, come lo chiamavano in Inghilterra, si attirò considerazione e rispetto durevoli. Le antipatie italiane non hanno impedito che gli venisse riservato un posto in tutti i manuali di letteratura come esponente dello stile semiserio celebre soprattutto per il Berchet. Come ha ricordato il professor Robertino Ghiringhelli, l’unica lapide che lo ricordi si trova sulla sua tomba, ad Hove, frazione di Brighton. Giusto una via a
Milano gli è stata intitolata, come patriota.

Pecchio nelle sue lettere racconta come in un romanzo una Storia complessa e drammatica che è la nostra…

Per prima cosa, nelle lettere fittizie che Pecchio immaginò scrivere ad una delle figlie dei conti di Oxford – ma sempre Ghiringhelli ipotizza non senza una vena di ironica provocazione che possa trattarsi dell’omonima madre, amante di Lord Byron e accesa liberale – in quelle lettere scritte da Cadice, Lisbona e Madrid, ossia dall’estremo occidente del continente europeo, si parla di libertà: libertà d’opinione, libertà religiosa, libertà di circolazione delle leggi, libertà dei popoli e libertà di spirito. I “Tre mesi in Portogallo” sono un’educazione alla libertà rivolto alle nuove generazioni attraverso la storia passata e la cronaca presente di luoghi che diventano metafora ed esempio per un intero continente. Ci sono pagine di viaggio deliziose per la descrizione che offre di genti, luoghi e costumi. Ci sono le notizie dei fatti politici commentati con divertimento e arguzia e una profonda cultura, uno spirito di osservazione eccezionale, da vero giornalista, unito al bagaglio di un erudito intellettuale. C’è la cronaca della battaglia cui è intitolata una porta di accesso a Plaza Mayor, a Madrid, dove venne combattuta una battaglia che anticipò le dinamiche trascinatesi peroltre un secolo fino alla guerra civile spagnola. Ci sono l’entusiasmo e la speranza per ideali che hanno infiammato un’intera generazione, la generazione romantica che non indugiò qualche anno dopo a combattere per l’indipendenza della Grecia. Anche Pecchio, come Byron, come Santarosa, lo fece, ma non vi morì, perché come in Spagna e Portogallo volle affrontare il nemico con la penna e la forza della parole, così in Grecia combatté con l’economia, consegnando il primo prestito che i greci abbiano mai contratto. Anche qui sta l’eccezionalità del personaggio, per alcuni addirittura precursore di Marx, che riconobbe nel fattore economico il motore della storia e delle azioni umane, con il resto come sovrastruttura.

Identità nazionale, libertà, schiavitù. Quale peso dava Pecchio e la sua meglio gioventù a questi
valori e quale peso tendiamo a dare oggi secondo te?

Un altro protagonista di quella generazione, Angeloni, provò a darsi una risposta: come chiamare quell’ardore, quella forza che aveva spinto lui e gli altri a disperdesi in terre straniere, nell’intento di inseguire un sogno di libertà? È l’amore, scrisse e non c’era altro modo per darne descrizione. Fu quella una gioventù che segnò il passo dalle epopee napoleoniche all’avventura risorgimentale, passando un testimone che andava dall’illuminismo e dagli ideali della Rivoluzione francese arricchendosi del mito dell’autodeterminazione dei popoli, il cui eroismo vittorioso contro il tiranno corso era ammirato sopra ogni altro dalla Spagna. Contro la caduta della costituzione di Cadice per mano di un esercito francese inviato dai restauratori del potere assoluto, si schiantano i sogni di Pecchio. Ma come Don Chisciotte alle prese con i suoi mulini a vento, anche il nostro conte ha sempre avuto la forza di rialzarsi e andare avanti. Troverà in Inghilterra la fiaccola della libertà perduta in Spagna, modello e ispirazione per gli altri popoli, l’italiano in testa. Oggi, sarebbe forza dire che quei valori sono stati sbiaditi da tante e troppe disillusioni, ma non saremmo onesti. In realtà, sono valori che resistono al tempo, come l’entusiasmo e il colore dei “Tre mesi in Portogallo”, e saranno sempre capaci di ispirare e guidare le azioni dei sngoli e delle masse. Sta all’esperienza, all’equilibrio e alla saggezza, distinguere quando tali valori vengono usati malamente. Per esempio, nei suoi scritti, sempre Pecchio dimostra di avere ben chiara l’importanza di un giusto rapporto tra felicità individuale e felicità collettiva. Scusando il bisticcio, da un felice rapporto tra queste due felicità nasce la libertà vera. Sarà impossibile raggiungere la perfezione, ma tendervi è auspicabile. A volte, ricordarselo giova.

Ma Pecchio racconta anche aneddoti divertenti, paradossali, ironici, vita vissuta, personaggi che colorano un mondo reale e multiplo, tra Italia, Spagna e Portogallo…

L’opuscolo rivoluzionario, come lo catalogò la polizia austriaca, ne è pieno. Numerosi sono gli aneddoti relativi al servilismo insito in ogni persona, che Pecchio invita a combattere prima ditutto in noi stessi. È il caso del baciamano che re Giovanni avrebbe preteso da un deputato,secondo l’uso della corte di Rio de Janeiro, fino a qualche anno prima la corte di un sovranoassoluto. Il deputato, che dal popolo sovrano riceve il suo mandato, per tutta risposta afferra lamano del monarca e se la porta sotto braccio, conducendo sua maestà a braccetto, nello stupore e nel divertimento degli osservatori.

Tre mesi in Portogallo nel 1822 è pubblicato da Vittoria Iguazu Editora. Per contatti:

http://www.vittoriaiguazueditora.com/?page_id=304

La presentazione di Tre mesi in Portogallo nel 1822 si terrà domani, venerdì 14 novembre, a Milano. Saranno presenti William Spaggiari, Marta Boneschi e Carlo Colombo. Per info:

http://www.bookcitymilano.it/scheda-evento/il-conte-ancora-in-viaggio-con-william-spaggiari-marta-boneschi-e-carlo-colombo#.VEkNGyV8dx0.facebook

 

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