Hamina e outros contos #1

imagesJosé João Craveirinha, nato nel 1922 nell’attuale Maputo da un emigrante portoghese e una donna mozambicana, è considerato uno dei capostipiti della letteratura nazionale del Mozambico. Inizia la sua attività negli anni ’40 grazie a diverse collaborazioni con giornali e riviste locali, si dedica alla scrittura di favole per bambini e di racconti e alla poesia, mostrando particolare interesse verso i problemi sociali provocati dalla colonizzazione e, contemporaneamente, all’esaltazione delle tradizioni e del folclore popolare per un riscatto etnico che fortificasse culturalmente il suo popolo, aspirando a un’autocoscienza che rafforzasse l’identità nazionale.

La sua scrittura impegnata fu notata dalla PIDE (polizia internazionale di difesa dello Estado Novo salazariano) e per questo fu incarcerato tra il 1965 e il 1969. Nel 1991 è stato il primo scrittore africano a vincere il premio Camões.

I racconti proposti sono tratti dalla raccolta «Hamina e outros contos», pubblicata nel 1998, ma i cui testi sono sparsi nelle riviste con cui l’autore collaborò tra il 1955 e gli anni ’60. Racconti che racchiudono l’essenza dell’opera craveirinhica e della letteratura mozambicana dell’epoca, unione di neorealismo e nuova mitologia, rivendicazioni sociali e culturali, lingua portoghese e incursioni africane della sua lingua-madre.

hamina

HAMINA «FAZ HARA-QUIRI» NOS TEMPLOS DA RUA ARAÚJO

Ah! Ah! Ah! era o grito de guerra da mulher de negros olhos brilhantes como dois gatos-bravos sempre assanhados contra o fumo do cigarro e os sons raivosos do twist e do kwela.

Toda a gente sabia que a Hamina era rainha, gato-bravo, dançarina de primeira. E quando Hamina volteava no meio da sala os marinheiros abriam os olhos escandinavos e estendiam as mãos à procura da cintura de caniço. E a cintura fugia, vinha, esquivava-se, entregava-se, retraía-se.

Quem é que dançava melhor do que Hamina? Quem é que era capaz de rir mais alto do que Hamina? Quem é que era capaz de fazer dois metros de matinheiro loiro ficarem um passarinho xindjingueritana com nembo nas asas e bico mergulhado no suco da flor encarnada?

Hamina, come here – Hamina, anda cá – Hamina, buia aleno, Hamina, venez ici – e uma gargalhada feria os tímpanos da noite: – Ah! Ah! Ah! e os olhos de gato-bravo de Hamina relampejavam no algodão espesso dos cigarros de todas as marcas.

Quem plantou aquele tabaco? Quem regou aquele tabaco? Quem apanhou aquele tabaco? Ninguém. A marca é Lucky Strike, Nilos, L. M., Havano, etc. Vamos fumar os cigarros e lançar o fumo pelo nariz e pela boca. Acende-se o cigarro e vai-se fumando até acabar. A beata deita-se fora. A cinza também à medida que vai chupando a ponta de cortiça. E pulmões delas? Pulmões também deitam fora.

Quem fez Hamina? Quem ensinou Hamina? Quem mandou Hamina? Quem chupou Hamina? Foi saraveja. Foi cigarro. Foi uíque de chá. Foi vinho de água.

Daícoooo… eih, Daícoooo!!! – vai uma samba, ó pá! E Daíco não responde com a boca. A boca de Daíco está na ponta dos dedos. Cinco, dez, trinta mil dedos e quinhentos milhões de cordas num oceano de sumo de caju bem fermentado no quintal de cocuana Leta, avó de Zulmira que teve filho de Joaquim e trabalhava no Penguim. Esse Joaquim mesmo que morreu com uma tachada e a dançar «ximchiana zucutà» lá no «Espada».

E Daíco mexe os dedos. Cada movimento é uma côdea de pão. Cem movimentos um prato de arroz. Quinhentos movimentos uma coisa chamada bife com outras coisas chamadas batatas. Duzentos e cinquenta mil movimentos é o tecto de zinco e as quatro

paredes onde pendura o casaco, as calças e a boina das manhãs de cacimba. Daíco todos os dias morre um bocadinho ali, vendo a paisagem tornar-se mais bela como um rosto de mulher sem pintura a estender-lhe a boca para um beijo. Cabelo de Daíco ficou branco a pensar naquele beijo. Ainda há-de vir? A tal mulher onde está? Nasceu onde? Quem é que viu a ela andar, rir, chorar e dar beijos?

«Daícooo… eih, Daícoooo!!! – vai uma samba, ó pá?!»

Ontem, Smith foi à Rua Araújo. Entrou. Atirou a madeixa loira para trás e Hamina não apareceu. Puxou o pacote de cigarros Lucky Strike e também nada.

Hamina nada. Smith jogou a última cartada: meteu a mão no bolso e tirou um punhado de dólares. Veio Joana. Veio Esperança. Veio Felicidade. Mas Hamina, isso. Hamina ficou escondida na ausência.

Daíco començou fazer côdeas de pão e bife com batatas debaixo de rendas de casa de tecto de zinco, número cinco a contar do cajueiro. Um barril de Uputo encheu as cabeças no cabaré, foi twist, foi samba, foi rock, foi kwela. Mas foi tudo mentira.

Hamina está estendida na cama. Um pulmão tem rock n’roll lá dentro. É dança dela. Dança de dançar estendida no Xipamanine.

Hamina está estendida na cama. Cama de colchão de milho. Cama de dormir; cama de serviço; cama de não levantar mais. Cama de Hamina grevar para sempre.

 

HAMINA «FA HARAKIRI» NEI TEMPLI DI RUA ARAÚJO

Ah! Ah! Ah! era il grido di guerra della donna dagli occhi neri e brillanti come due gatti selvatici sempre irritati dal fumo di sigaretta e dai suoni rabbiosi del twist e del kwela.

Tutti sapevano che Hamina era la regina, gatto selvatico, ballerina eccezionale. E quando Hamina volteggiava al centro della sala i marinai sgranavano gli occhi scandinavi e tendevano le mani alla ricerca di quel bacino sottile. E il bacino fuggiva, si avvicinava, si dileguava, si concedeva, si ritraeva.

Chi danzava meglio di Hamina? Chi era capace di ridere più forte di Hamina? Chi era capace di trasformare due metri di marinaio biondo in un passerotto xindjingueritana con la linfa nelle ali e il becco immerso nel nettare del fiore rosso sangue?

Hamina, come here – Hamina, vieni qua – Hamina, buia aleno, Hamina, venez ici – e una risata bucava i timpani della notte: – Ah! Ah! Ah! e gli occhi da gatto selvatico di Hamina lampeggiavano nel cotone spesso delle sigarette di tutte le marche.

Chi ha piantato quel tabacco? Chi ha irrigato quel tabacco? Chi ha colto quel tabacco? Nessuno. La marca è Lucky Strike, Nilos, L. M., Havano, etc. Fumiamo le sigarette e sputiamo il fumo dal naso e dalla bocca. Si accende la sigaretta e la si fuma finché non finisce. Il filtro si butta via. Anche la cenere, mentre si consuma il mozzicone. E i loro polmoni? Anche i polmoni si buttano via.

Chi ha creato Hamina? Chi ha educato Hamina? Chi ha comandato Hamina? Chi ha sfruttato Hamina? È stata la saraveja. È stata la sigaretta. È stato il whisky al té. È stato il vino all’acqua.

Daícoooo… eih, Daícoooo!!! – parti con una samba, dai! E Daíco non risponde con la bocca. La bocca di Daíco sta nella punta delle dita. Cinque, dieci, trentamila dita e cinquecento milioni di corde in un oceano di succo di caju ben fermentato nel cortile di cocuana Leta, nonna di Zulmira che ha avuto un figlio da Joaquim e lavorava al Penguim. Lo stesso Joaquim che morì sbronzo danzando «ximchiana zucutà» là all’«Espada».

E Daíco muove le dita. Ogni movimento è una crosta di pane. Cento movimenti un piatto di riso. Cinquecento movimenti una cosa chiamata bistecca con altre cose chiamate patate. Duecentocinquantamila movimenti è il tetto di zinco e le quattro pareti su cui si appende il cappotto, i pantaloni e il basco delle mattine di rugiada. Daíco, lì, tutti i giorni muore un po’, vedendo il paesaggio farsi più bello come un viso di donna senza trucco che gli tende le labbra per un bacio. I capelli di Daíco sono diventati bianchi pensando a quel bacio. Deve ancora arrivare? Quella donna dov’è? Dov’è nata? Chi l’ha vista camminare, ridere, piangere e dare baci?

«Daícooo… eih, Daícoooo!!! – parti con una samba, dai!»

Ieri, Smith è stato in Rua Araújo. È entrato. Ha lanciato all’indietro la chioma bionda e Hamina non è comparsa. Ha tirato fuori il pacchetto di sigarette Lucky Strike e ancora niente.

Hamina, niente. Smith ha giocato l’ultima carta: ha messo la mano in tasca e ha tirato fuori una manciata di dollari. È venuta Joana. È venuta Esperança. È venuta Felicidade. Ma Hamina, niente. Hamina è rimasta nascosta nell’assenza.

Daíco cominciò a fare croste di pane e bistecche con patate sotto i merletti della casa col tetto di zinco, numero cinque partendo dalla pianta di caju. Un barile di Uputo riempì le teste al cabaret, fu twist, fu samba, fu rock, fu kwela. Ma fu tutto una menzogna.

Hamina sta distesa nel letto. Un polmone ha il rock’n’roll là dentro. È la sua danza. Danza da danzare distesa nello Xipamanine.

Hamina sta distesa nel letto. Letto con un materasso di granturco. Letto per dormire; letto di servizio; letto da cui non alzarsi più. Letto in cui Hamina poggerà per sempre.

 

Traduzione di Chiara Crobu

 

GLOSSARIO

Cacimba: rugiada.

Caju: frutto tropicale, chiamato anche acagiù, il cui seme è il diffuso frutto secco anacardio.

Kwela: musica da ballo nata in sudafrica negli anni ’40, dalla musica africana e dal jazz.

Saraveja: birra, dal portoghese “cerveja”.

Uputobirra tradizionale ricavata dal mais.

Xindjinguerutana: specie di ‘passero’ diffusa in Mozambico.

Xipamanine: importante mercato di Maputo.

 

 

 

 

 

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...